venerdì 14 marzo 2014

As time goes by

Ci sono dei momenti, dei giorni, delle ore, in cui il soffitto si spalanca e ti permette di uscire, di impattare contro il tuo orizzonte. Di guardare la tua vita dall'alto.
E ti vedi di lontano, dieci, quindici anni prima.
Davanti ad un brindisi con gli amici, sopra una scogliera ascoltando le sirene nel mare, disteso su un letto mentre l'alcol accarezza i battiti del cuore, e il ritmo rallenta dolcemente.
Quanto grande appariva allora la vita intera. Quella sensazione di onnipotenza, di poter cambiare tutte le carte in tavola, di aprire qualunque porta, di accedere a qualsiasi sentiero, convinti che il Tempo ci avrebbe atteso, perdonando ogni nostro errore. 
Non preoccuparti! sussurrava il cuscino, la sirena, la bottiglia.

Quando eravamo re.
Poi una notte come le altre, forse soltanto più pesante a causa di un'indigestione, ti incomincia a venire il dubbio che il Tempo non abbia atteso mai nessuno. E che quella mano, come diceva Leopardi, fosse un inganno. 
Lo scettro è stato deposto, e questo è l'unico segno tangibile dell'età adulta.
Non ci accompagna nessuna grande saggezza, continuiamo ad illuderci come da ragazzi, perché questo può fare l'uomo. Illudersi per allontanare il pensiero della morte, spostarlo di qualche scatto.

Perché non possiamo mantenere le nostre promesse? Perché i sogni devono diventare tanto meschini, insipidi, camera e cucina?
Dovevamo rendere la nostra vita straordinaria. Ma ci vuole un grande coraggio per farlo. Una grande dedizione. E al chiuso, al riparo sotto questo soffitto, l'esistenza non sembra poi tanto male. C'è sempre la prossima alba, la cui attesa ci redime da ogni debolezza.

Cerchi di pensare a quei momenti in cui davvero ti sei sentito pieno, completamente circondato dall'aura di immortalità. Quali sono stati? Quanto sono durati?
E cosa mi aspetta? Una vita quieta? 
Convinto di avere abbastanza talento per non dover accettare compromessi a lungo termine e senza interessi, ti risvegli nel momento in cui stai per firmare uno di quei contratti per cercare di salvare almeno la tua dignità. E' davvero questo ciò che volevo per me? Che meritavo?
Ho lasciato fuggire l'attimo fuggente?

No, non ancora, Ekerot. Sei ancora giovane, giusto?
Non hai sempre detto così, negli ultimi quindici anni?

Non era questo il refrain dei tuoi momenti spleen?
Credi ancora di poter volare, lo so. Qualche virus ben celato continua a sussurrarti che l'Impero è a portata di mano.
La tua umanità ti ha svelato che nessuna vita è davvero un fallimento. Ma questo non ti è mai stato sufficiente. A otto anni scrivesti il tuo epitaffio: "Fu l'uomo più importante della sua epoca". Non partimmo proprio col piede giusto. Arroganza, ambizione, idealismo estremo, non mancavano. Poi hai pensato che continuare a confrontarsi con quella smisuratezza ti avrebbe condannato ad un'eterna depressione. Ed è stato un bene miracoloso uscirne. 
Ma anche questo non ti è bastato. 

Dovrei solo vivere, allora? Accettare il mio destino qualunque esso sia?
Non ci riesco. 
Ho paura di perdermi la grande mareggiata. 
E ora bisogna che lasci queste righe raminghe, ché mi sta venendo in mente una canzone di Max Pezzali.

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