lunedì 25 febbraio 2019

#3

Erano milioni di anni che non leggevo un libro di poesie "integralmente".
La poesia mi ha sempre un po' infastidito racchiusa nelle antologie. La preferisco nella sua versione quantistica in giro per il web, o citata da altri.

Questo piccolo canzoniere di Mari ha senz'altro il merito di rinverdire il genere della poesia trobadorica, infarcendolo di "postmoderno". Comicità, citazioni filmiche, iperboli. Sicuramente Mari non riprende lo stile di Petrarca. Forse avrei dato una maggiore organicità, inserendo delle fasi più precise di questa love story con Lady Hawke. Su cento poesie di "felici" ce ne saranno tre. Vabbè la sfiga, ma l'arte deve migliorare la vita, n'est pas?


sabato 23 febbraio 2019

#2

E' la prima opera romanzesca di Tiziano Sclavi che abbia letto. Me l'ha passata la mia compagna, dicendomi che mi sarei fatto delle grandi risate.

In effetti è un libro straordinario, pieno di umanità e di idee interessanti. Si capisce ad esempio perché molti anni dopo Sclavi abbia scritto un albo di Dylan Dog completamente dedicato all'alcolismo.
La storia verte su alcuni personaggi, tutti redattori di una fantomatica casa editrice milanese di fumetti (chiaramente la Bonelli). Tra idiosincrasie, problemi con le donne, problemi con i soldi, e problemi con l'alcool, questa amena brigata cerca di tirare avanti facendosi forza l'uno con l'altro.

Se avete dubbi su chi sia il padre delle battute di Groucho, beh qua dentro ne troverete delle belle.
Consigliatissimo.


[la foto è dal blog www.marcozangari.it]


#1

Il primo libro di quest'anno è stata questa bellissima intervista fatta da un giornalista francese a Sergio Leone qualche tempo prima che inopinatamente ci lasciasse per sempre ad appena 60 anni.

Di diverse cose trascritte nel libro abbiamo solamente la sua versione e, come dire, manca il contraddittorio. Ma sul suo racconto autobiografico quand'anche avesse esagerato ce ne importa il giusto.

Emergono degli aspetti della carriera di Leone abbastanza sorprendenti - ad esempio la lunghissima gavetta e il legame con grandi registi hollywoodiani - ed è particolarmente bella la parte in cui fa l'aiuto regista per mezza Italia.

Leone è, assieme a Truffaut, il regista più importante della mia vita. Il regista che più di altri mi ha influenzato negli anni "giusti". Kubrick e Bergman non gli furono certo inferiori, ma Leone ebbe questo gusto per l'epica e per il mito "omerico" che hanno trovato terreno fertilissimo durante la mia adolescenza.

venerdì 4 gennaio 2019

Pedagogia

Difficilmente in una classe di 20-25 alunni mancherà un essere affine al docente. Certo, quando sono bambini di 6-11 anni, è più un'intuizione, una proiezione, che da insegnante immagini o disegni sul futuro del tuo allievo.
Però è un sentire forte, e la separazione forzata è quasi un lutto.
Per come è congegnato il sistema scolastico, il tuo percorso si interrompe e lasci lo studente in altre mani. Nel 99% dei casi, ciò è bene. Perché altrimenti la figura del docente soprattutto in età "fragile" come la preadolescenza e poi l'adolescenza diventerebbe ingombrante.
Ma raramente, in quell'unico punto percentuale, questo distacco arriva nel momento sbagliato.

E' successo a me, qualche tempo fa.
Un alunno che ho avuto per appena 2 anni. Sufficienti però perché si creasse un rapporto molto forte, stimolante per entrambi. L'idea di "perderlo" sul più bello mi è parsa inaccettabile.
Avevo ancora tantissimo da poter dare a quest'allievo (e non tanto in termini di nozioni).
Alla fine dell'ultimo anno ne parlo un po' con lui, poi con i genitori. Il piano è: quando il bimbo avrà voglia, verrà da me, e lavoreremo per vie poco seguite nella scuola tradizionale. Gratis, ovviamente.

La famiglia felicissima. Un onore. Grazie, grazie. Troppo gentile.

Non ho più rivisto il mio studente.

Ho scoperto poi, in questi giorni, che i genitori avevano avuto paura per il figlio.
Paura delle indiscrezioni (andare a casa dell'ex maestro)? Paura delle mie intenzioni sul bimbo? Paura di me?

Un'occasione sprecata, alla fine dei conti. E non penso di essere stato io a rimetterci.

Fa riflettere, comunque. I pregiudizi sono sempre potenti, ed è difficile combatterli senza strumenti adeguati.
E il mondo della scuola, docenti compresi, è ipersensibile ai pregiudizi.
Un docente che dichiarasse la propria omosessualità sarebbe condannato ad una vita di estrema infelicità. A scuola, per la maggior parte delle volte, la violenza esplode senza spargimento di sangue. Come nel romanzo di Edith Wharton. Ma quanto fa male, quanto fa male!

Quella che poteva diventare un'occasione speciale, unica, di apprendimento è stata gettata alle ortiche perché a dispetto della stima e della fiducia espressemi per due anni, sarei potuto essere un docente perverso se non pervertito.




mercoledì 26 dicembre 2018

Romanzi di una vita

Qualche giorno fa un mio caro amico mi ha chiesto due titoli da acquistare a Natale.
E' stata l'occasione per ripensare ai "best ever".
Come tutti sappiamo le classifiche sono inutili, sono volubili, sono sempre temporanee. E, ovviamente, opinabilissime.
Però hanno un fattore positivo: ti fanno ripensare all'impatto di certe esperienze sulla tua vita, e magari danno occasione a chi le ascolta di aprire il proprio orizzonte.

Quest'anno, per esempio, ho riletto "I miserabili" di Victor Hugo. Era stata forse LA lettura dei miei anni adolescenziali. Mi commosse, mi rivoltò, mi diede da pensare per settimane. Non avrei mai pensato che potesse essere scritto così male. Andrebbe rieditato in una versione più corta di 2-300 pagine e adeguatamente ripulita di tutte le insopportabili intromissioni dell'autore.
Certo il finale, è sempre un capolavoro.

Bisogna anche considerare che quando si è giovani abbiamo maggiore sensibilità. Un romanzo che riesce a devastarci a 35 anni ha davvero tanta forza.

Anyway (una sorta di Top Ten).

Fiori per Algernon di Daniel Keyes
Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas
Il Silmarillion di J.R.R. Tolkien
L'età dell'innocenza di Edith Wharton
Anni senza fine di Clifford Simak
IT di Stephen King
Le due inglesi e il continente di Henry-Pierre Roché
Norwegian Wood di Murakami Haruki
Ubik di Philip K. Dick
Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar
Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez


Se dovessi indicarne 3 che dicono tanto di me e per questo nella lettura mi hanno davvero segnato, escludendo quindi titoli di universale bellezza, sceglierei:
Fiori per Algernon, Norwegian Wood, L'età dell'innocenza.



lunedì 26 novembre 2018

Time is a circle

Una notte di merda, seguita da una giornata di merda, con notte ancora più di merda.

Vediamo se l'indomani ci vorrà proporre una nuova opzione?

mercoledì 10 ottobre 2018

Nuovi Progetti

E' passato tanto tempo da quando mi chiedevo cosa ne sarebbe stato di me. Ma come saprete, il tanto tempo diluito nel "giorno dopo giorno" ci sfugge e non ce ne accorgiamo.
E allora quest'anno mi sono dato un ultimatum: scrivi, scrivi, scrivi. Sono all'opera - letteralmente. Sto scrivendo una sorta di fiaba "dark", si intitola "OGER".

Sono contento di quest'autoviolenza. E' il pedaggio all'ambizione che pago volentieri.

giovedì 24 agosto 2017

N-SAGA parte prima

[Comincia qui una serie di interventi sotto forma saggistica che rappresentano alcuni temi che mi stanno a cuore e - come si diceva un tempo - la mia VISIONE]






“LA N-SAGA”

Cinque riflessioni sul presente e il futuro dell’umanità


Premessa

«Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. Siamo noi. Su di esso, tutti quelli che amate, tutti quelli di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L'insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di presuntuose religioni, ideologie e dottrine economiche, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e suddito, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni "superstar", ogni "comandante supremo", ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì su un granello di polvere sospeso dentro ad un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria ed il trionfo, potessero diventare i signori momentanei di una frazione di un punto. Pensate alle crudeltà senza fine impartite dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti i loro malintesi, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto ferventi i loro odii. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l'illusione che abbiamo una qualche posizione privilegiata nell'Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c'è nessuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.La Terra è l'unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c'è nessun altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Abitare, non ancora.Che vi piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l'astronomia è un'esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c'è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l'uno dell'altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l'unica casa che abbiamo mai conosciuto».


Questo discorso, caro a chiunque sia stato lettore fortunato del saggio “Pale Blue Dot” composto dal divulgatore scientifico e scienziato egli stesso Carl Sagan, è sostanzialmente il succo centrale di queste cinque riflessioni. In teoria, potreste anche fermarvi qui. Ma ho pensato di approfondire alcune di queste argomentazioni, che condivido in modo totale, aggiungendovi degli appunti personali coltivati in vari periodi della mia vita.

Se percaso l’unico obiettivo che riuscissi a raggiungere fosse quello di far conoscere ad un solo lettore la figura di Carl Sagan, sarei comunque soddisfatto. È stato un grande luminare di astrofisica, ma soprattutto l’ideatore di una fortunata serie di documentari nota come “Cosmos” andata in onda negli anni ’80. Una di quelle opere importantissime, perché in grado di ispirare milioni di spettatori a pensare in “grande”. E non potremmo chiedere di più ad un lavoro di divulgazione.

Non è mia intenzione dare consigli, suggerimenti, aiuti, e soprattutto risposte. Non ne ho, e quelle che possiedo sono troppo inaffidabili per trascriverle.
Vorrei invece fornire degli spunti. Per riflettere, per provare a guardare la vostra esistenza dal mio punto di vista. Il che non significa che sia migliore del vostro, ma semplicemente diverso. E questo mi pare un motivo valido per mettermi a scrivere ed – eventualmente – per rubare qualche minuto della vostra giornata.

Il tono che imprimerò a queste pagine è quello di una chiacchierata al bar. Non infarcirò il mio pensiero di citazioni, ed annotazioni a conferma o smentita di questa o quella teoria. Non servirebbe a nessuno.

Detto ciò, se non vi ho ancora tediato, cominciamo il nostro breve viaggio assieme.






Capitolo I – IL CIELO STELLATO SOPRA DI ME

Non so quanti di voi prestino attenzione al cielo che ci sovrasta. Dipende probabilmente dal luogo in cui ci troviamo, e dalla situazione che stiamo vivendo. Spesso lo interpelliamo per conoscere le sue intenzioni meteorologiche: avrai intenzione di rovinarmi il weekend al mare? Oppure: quando farai piovere, visto che il mio orto si sta seccando?

È sempre difficile fermarsi ad osservarlo e credere che, in qualche modo, veniamo da lì. Pensiamo, per esempio, al ferro. Quello contenuto nel nostro sangue e che, se manca, ci fa ammalare di anemia. Ebbene, da dove viene questo elemento? Gli atomi di ferro si possono “creare” soltanto a temperature di centinaia e centinaia di migliaia di gradi centigradi. Neanche al centro della Terra è minimamente pensabile raggiungere tanto calore. Esiste un solo luogo nell’Universo capace di sprigionare tale energia termica: il cuore di una stella gigante.

Ora, se questo è vero (e non abbiamo motivo per dubitarne), come ha fatto il ferro ad arrivare nel nostro sangue?

Tutto questo è dipeso da un casuale quanto complicato viaggio, favorito dall’esplosione della suddetta stella, continuato grazie al vento stellare con cui ha probabilmente raggiunto il sistema solare (attraversando una o più galassie), e soprattutto è vissuto sul nostro pianeta per miliardi di anni. Superando tutte le civiltà conosciute e quelle sconosciute, entrando ed uscendo da migliaia di corpi (di animali o esseri umani).
Sentii questa storia, per la prima volta, nel finale di un bellissimo film di fantascienza. E la mia reazione fu subito: “Meraviglia!”.

Siamo polvere di stelle, e alcune particelle del nostro corpo, in questo preciso momento, sono antiche quanto l’Universo. Quando ti soffermi a pensare a quest’incredibile situazione non puoi fare a meno di rimanere sconvolto dall’immensità di tempo e di spazio che ci circonda e che addirittura si trova dentro le nostre cellule.
È uno di quei pensieri in grado di abbattere un orizzonte troppo ristretto e allargarlo verso l’infinito. Non possiamo sostenerlo continuamente o fermarci ogni cinque minuti a ribadire la nostra comunanza con le stelle. Ma senza dubbio, qualche volta può aiutarci a rimettere in prospettiva la nostra vita.

Proviamo, per una volta, a guardare l’esistenza umana con il metro di giudizio delle stelle.

Proviamo a pensare questo: la Terra, così come la conosciamo, e l’esistenza della vita su di essa, rappresentano una rarità cosmica. C’è una teoria, nota come “Paradosso di Fermi”, che si pone questa domanda: «Se davvero ci sono miliardi pianeti in cui la vita è possibile, dove sono tutti?».

Aldilà della questione, è evidente che la vita, e ancor di più quella “intelligente”, può svilupparsi soltanto in condizioni assai peculiari. E non esageriamo dicendo che ha del miracoloso/fortunoso la nostra presenza qui, oggi. Pensiamo a cosa sarebbe successo se il meteorite che colpì la Terra sancendo la fine dei dinosauri ci avesse mancati: probabilmente essi sarebbero ancora i dominatori del pianeta, e i mammiferi non sarebbero mai usciti allo scoperto.

Tutto questo per porre una riflessione: perché dobbiamo ucciderci, lottando per i soldi, il potere, il dominio? Ha un senso devastare così gratuitamente la vita dei nostri simili quando sappiamo ormai da decenni che ogni singola vita ha un valore talmente grande da essere incalcolabile?

È evidente che per molti di noi un senso c’è. Non bisogna essere degli storici professionisti per sapere che da quando conosciamo l’uomo, le sue vicende si sono sempre accompagnate alla guerra. Era così nell’antichità ed è così oggi. Eppure, se davvero la violenza, l’aggressività, la voglia di sopraffazione abitano nel codice genetico della nostra specie, questo non significa che dobbiamo piegarci ad esse senza tentare di reagire. Ci sono milioni, se non miliardi, di esempi davanti a noi, spero noi compresi, di un’alternativa responsabile e pacifica alla barbarie. Un’alternativa – e questo è fondamentale sottolinearlo – altrettanto umana.

Se tutti i “potenti” del Pianeta prima di andare a dormire, come si dice sempre, rivolgessero un pensiero all’immensità del cosmo e all’incredibile piccolezza del loro potere in relazione ad esso, forse il loro atteggiamento verso le vite umane cambierebbe almeno di una virgola.

L’astronomia non deve servire per umiliare le nostre piccolezze, i nostri sentimenti, o la nostra precarietà. Tutt’altro. Di fronte alla vastità dell’Universo tutto ciò che ci appartiene diventa ancora più prezioso, più spettacolare, raro, se non unico. Ciò che ci viene chiesto è soltanto di mettere da parte quei comportamenti nocivi per la nostra sopravvivenza. Che appaiono ancor più stupidi se rapportati a ciò che ci circonda.

Come disse un grande regista, se la Terra domani dovesse sparire nessuno là fuori se ne accorgerebbe, o ci verrebbe in aiuto, né tantomeno piangerebbe la nostra rovina.
Forse tante volte ci è capitato di pensare a quest’opportunità. Ma come possiamo realmente cambiare le cose?

In passato è esistita per lungo la credenza che soltanto i “grandi uomini” avessero le capacità l’occasione di incidere sull’esistenza di tutti. Quando studiamo la storia, conosciamo i nomi di Alessandro il Macedone, di Gengis Khan, o di Napoleone. Ignoriamo le decine e decine di generazioni di esseri umani che hanno portato avanti con il loro lavoro le vite dei loro contemporanei, o dei soldati (e nessuno riuscirà mai a sapere quanti di loro siano morti) che hanno permesso ai generali di conquistare città, regioni o nazioni.

Man mano, nel corso dei secoli, il cosiddetto “popolo” è riuscito a conquistarsi una propria voce, al prezzo di grandissimi sacrifici (che spesso dimentichiamo). Ad un certo punto, nel corso dell’Ottocento, alcuni studiosi temettero addirittura che stesse per cominciare l’era in cui la maggioranza, o la massa, avrebbero tiranneggiato.
Questa fase, a dire il vero, non si è mai realizzata. Anche le democrazie, più o meno riuscite, che troviamo in larga parte del pianeta, non sono mai l’espressione di una maggioranza. I parlamenti, o talvolta i governi, possono esserlo. Ma non è affatto la stessa cosa.

Il Novecento, è stato definito in molti modi: il secolo delle democrazie, il secolo del più grande sviluppo industriale e tecnologico mai avvenuto prima, il secolo della scienza e della conquista dello spazio. Mica male, vero?

Eppure, è stato anche il secolo in cui si sono combattute più guerre che mai, con dei massacri compiuti in pochi anni che non hanno precedenti nella storia umana. È stato il secolo in cui la forbice tra ricchi e poveri è aumentata a dismisura. L’1% della popolazione detiene più della metà della ricchezza totale. E l’80% dei restanti deve accontentarsi appena del 5%.

Facciamo un esempio per capire cosa davvero significa. Se ad una festa di compleanno dieci persone dovessero dividersi la torta ecco cosa accadrebbe: due persone la mangerebbero tutta, lasciandone solamente una mezza fetta da dividere tra tutti gli altri otto invitati.
È giusto? Difficile essere d’accordo. Ma come fare per riequilibrare la situazione?
La storia dell’uomo ci insegna che abbiamo cercato e provato nel corso dei secoli tante soluzioni diverse. Alcune violente, altre pacifiche. Ma evidentemente non hanno funzionato. Talvolta quelli rimasti senza torta si sono coalizzati per togliere di mezzo i due prepotenti. È durato poco: perché tra quegli otto, ben presto, sono venuti fuori altri due che avevano voglia e brama di mangiarsi tutte le fette.

Purtroppo neanche l’educazione, la cultura, lo studio riescono a dare dei risultati certi. La maggior parte di noi, e non bisogna avere vergogna nel dichiararlo, si muove sempre, o quasi (le eccezioni non sono certo mancate, ma restano appunto delle eccezioni), nel proprio interesse. O meglio: credendo di fare il proprio interesse.
Soltanto quando tutti e quei dieci invitati comprenderanno e saranno sicuri che dividere equamente la torta, e anzi lasciarne da parte qualche fetta per il futuro, sarà il loro migliore interesse; soltanto in quel momento essi agiranno come è giusto, logico, e conveniente che sia.
Potranno addirittura ritenere opportuno dare all’anziano una fetta più piccola e al bambino quella più grande.


Dov’è il trabocchetto?
Intanto proviamo a pensare a questo: non ci sono dieci invitati, ma sette miliardi. La torta è gigantesca ed occupa l’intero pianeta. E poi: come si comprende che essere equi significa seguire il proprio interesse?
Per quanto ne so, l’unica strada percorribile e che forse ci condurrà ad un risultato dignitoso è continuare, sempre e per sempre, a fortificare la nostra conoscenza. Lo scrisse Dante 700 anni fa, e mi pare un comandamento perfetto ancora per i tempi odierni.
Perché la conoscenza? L’uomo sapiente non sceglierà il male?

La storia ci ha insegnato che non basta conoscere la differenza tra bene e male per evitare di compiere una scelta errata. E quel detto che dice “di buone intenzioni è lastricata la strada verso l’Inferno” è sorprendentemente vero e profondo.
Ma se la maggioranza di noi umani, più ampia e variegata possibile, si doterà degli strumenti conoscitivi prima di scegliere, forse la possibilità di finire dalla parte sbagliata (ovvero la direzione che conduce ad una regressione della nostra civiltà, e più giù al collasso planetario) si ridurrà.

Sto semplificando, ovviamente. Dobbiamo considerare che non esiste una sola direzione, il cui verso determina questo o quel destino. Dovremmo parlare piuttosto di un labirinto di sentieri. A parte momenti di follia massima in cui un pazzo facesse scoppiare venti o trenta bombe all’idrogeno, non sarà mai la singola scelta ad essere realmente significativa. Ma noi umani abbiamo bisogno spesso e volentieri di trovare un orizzonte per noi comprensibile e alla portata, altrimenti ogni discorso diventa distante se non alieno: e allora ecco che ogni vita può sembrare rilevante, qui ed ora ma anche domani. Nella piccola orma che lasceremo potremmo aiutare altri, più smarriti di noi, a seguire alcuni passi invece di altri.

Ma in concreto, come si fortifica la conoscenza? Non basta studiare. Non basta leggere (anche se leggere aiuta moltissimo). La conoscenza deve essere messa in relazione con altre persone: deve essere discussa, ampliata, rettificata nell’incontro con gli altri, nella comunità in cui viviamo (sia essa reale o virtuale). Il punto nodale però deve essere ben chiaro: la conoscenza non è mia, o vostra. Se ci pensiamo bene, ogni azione compiuta dall’homo sapiens e dalla natura in generale su questo pianeta negli ultimi 15 miliardi di anni è un elemento ed un’occasione di conoscenza. In molti di noi tutto questo sapere non viene affrontato come chance per evitare di ripetere certi errori, o per progredire. Anzi, tutt’altro. Tendiamo a considerare la storia e la conoscenza come delle partiture da accordare secondo i nostri gusti, con il solo risultato di distorcere la musica reale e di scontrarci con chi preferisce altre sonorità.

Per fare un esempio concreto: nel secolo appena trascorso, si sono sviluppati regimi totalitari come i fascismi e il socialismo reale. Invece di studiarli, di comprenderne gli errori, le differenze, ed impararne qualcosa (come evitarli nel futuro, giusto per dirne una), l’umanità si è divisa in tifoserie. Tutto questo non deve sorprenderci: l’essere umano ha una natura da tifoso e non potrà mai del tutto affrancarsi dalla storia e guardarla con imparzialità. Quello che si può fare, però, è diventare tifosi della nostra specie e possibilmente anche delle altre; lottare il più possibile contro quelle forze interne a noi che ci incitano a considerare il nostro punto di vista superiore, e a dare ragione a quelli a noi affini. In questo modo non si fortifica la conoscenza, la si isola.

E cosa c’entrano le stelle? Perché il cielo sopra di noi sarebbe utile?

L’immensità del cosmo ci aiuta da un lato a ridimensionare tutti coloro che si credono eterni e onnipotenti, da un lato ci ricorda che da lassù siamo venuti e prima o poi lassù torneremo. Forse passeranno diecimila anni, forse cento milioni. Ma ad un certo punto questa Terra che ci ha nutrito e dato ospitalità non sarà più un luogo vivibile per tutti noi. E bisognerà andarselo a cercare nello spazio siderale. E forse ci sarà un giorno in cui, per necessità, la vita umana e di qualsiasi altro essere del cosmo si spegnerà. Ma ne sarà valsa la pena, e non si potrà dire che non abbiamo tentato.

Proviamo a considerare le stelle come una guida. Non nella navigazione, ma nella vita.


FINE PRIMA RIFLESSIONE