venerdì 14 marzo 2014

As time goes by

Ci sono dei momenti, dei giorni, delle ore, in cui il soffitto si spalanca e ti permette di uscire, di impattare contro il tuo orizzonte. Di guardare la tua vita dall'alto.
E ti vedi di lontano, dieci, quindici anni prima.
Davanti ad un brindisi con gli amici, sopra una scogliera ascoltando le sirene nel mare, disteso su un letto mentre l'alcol accarezza i battiti del cuore, e il ritmo rallenta dolcemente.
Quanto grande appariva allora la vita intera. Quella sensazione di onnipotenza, di poter cambiare tutte le carte in tavola, di aprire qualunque porta, di accedere a qualsiasi sentiero, convinti che il Tempo ci avrebbe atteso, perdonando ogni nostro errore. 
Non preoccuparti! sussurrava il cuscino, la sirena, la bottiglia.

Quando eravamo re.
Poi una notte come le altre, forse soltanto più pesante a causa di un'indigestione, ti incomincia a venire il dubbio che il Tempo non abbia atteso mai nessuno. E che quella mano, come diceva Leopardi, fosse un inganno. 
Lo scettro è stato deposto, e questo è l'unico segno tangibile dell'età adulta.
Non ci accompagna nessuna grande saggezza, continuiamo ad illuderci come da ragazzi, perché questo può fare l'uomo. Illudersi per allontanare il pensiero della morte, spostarlo di qualche scatto.

Perché non possiamo mantenere le nostre promesse? Perché i sogni devono diventare tanto meschini, insipidi, camera e cucina?
Dovevamo rendere la nostra vita straordinaria. Ma ci vuole un grande coraggio per farlo. Una grande dedizione. E al chiuso, al riparo sotto questo soffitto, l'esistenza non sembra poi tanto male. C'è sempre la prossima alba, la cui attesa ci redime da ogni debolezza.

Cerchi di pensare a quei momenti in cui davvero ti sei sentito pieno, completamente circondato dall'aura di immortalità. Quali sono stati? Quanto sono durati?
E cosa mi aspetta? Una vita quieta? 
Convinto di avere abbastanza talento per non dover accettare compromessi a lungo termine e senza interessi, ti risvegli nel momento in cui stai per firmare uno di quei contratti per cercare di salvare almeno la tua dignità. E' davvero questo ciò che volevo per me? Che meritavo?
Ho lasciato fuggire l'attimo fuggente?

No, non ancora, Ekerot. Sei ancora giovane, giusto?
Non hai sempre detto così, negli ultimi quindici anni?

Non era questo il refrain dei tuoi momenti spleen?
Credi ancora di poter volare, lo so. Qualche virus ben celato continua a sussurrarti che l'Impero è a portata di mano.
La tua umanità ti ha svelato che nessuna vita è davvero un fallimento. Ma questo non ti è mai stato sufficiente. A otto anni scrivesti il tuo epitaffio: "Fu l'uomo più importante della sua epoca". Non partimmo proprio col piede giusto. Arroganza, ambizione, idealismo estremo, non mancavano. Poi hai pensato che continuare a confrontarsi con quella smisuratezza ti avrebbe condannato ad un'eterna depressione. Ed è stato un bene miracoloso uscirne. 
Ma anche questo non ti è bastato. 

Dovrei solo vivere, allora? Accettare il mio destino qualunque esso sia?
Non ci riesco. 
Ho paura di perdermi la grande mareggiata. 
E ora bisogna che lasci queste righe raminghe, ché mi sta venendo in mente una canzone di Max Pezzali.

martedì 11 febbraio 2014

Tu e Dio

Mi è capitato ieri di leggere alcuni capitoli di questo saggio ("Io e Dio") scritto da Vito Mancuso, teologo "riformista" piuttosto famoso per le sue posizioni non dottrinali.
La questione "Dio" mi è sempre stata cara, essendo io parte di quella minoranza (pare intorno al 10% della popolazione mondiale) che si professa "atea o agnostica".
E' una questione ovviamente super complicata, e non sarà possibile certo sviscerarla in un post di un piccolo blog di periferia. Ma mi sono venute in mente alcune riflessioni penso interessanti, pertanto le condivido.

Quando si parla di credere o meno in Dio, in realtà, si fa riferimento a 4 livelli differenti.
Il primo comprende, per sintetizzare, il concetto di "Creatore\creazione\creatura". Afferisce proprio a Dio, in una forma di senziente volontà che ha plasmato l'Universo e che, in qualche modo, inferisce con noi.
Il secondo livello è quello della "Religione". Ovvero la struttura organizzata del culto, basata su propri codici etici e morali, su proprie visioni peculiari, e con rituali ritenuti unici.
Il terzo: la "Religiosità". Con questo intendo il rapporto con il divino, che può anche espletarsi socialmente.
L'ultimo: la "Spiritualità". Anche se spesso è sinonimo del livello precedente, io mi riferisco a qualcosa di più sfumato del "divino": ovvero il rapporto con il mistero e le incognite dell'esistenza, e che non necessariamente deve collegarsi al di fuori di noi con un'entità definita.

Sono quattro piani non così facilmente separabili, ma bisognerebbe sforzarsi di farlo. Anche per evitare alcune gravi incomprensioni che intercorrono tra credenti e non credenti. Credo che tutte le ricostruzioni e le analisi lette nel corso degli anni mi risultino sempre un po' stonate proprio perché tendevano un po' ad appiattire il tutto.

Quando Einstein, che era credente, afferma: "La scienza senza religione è zoppa" si riferiva davvero al livello "religione"? O forse intendeva religiosità, o ancora spiritualità?

Io, nonostante tutto il mio agnosticismo, ho ampio rispetto per il discorso teologico. Se ci pensiamo è una delle grandi peculiarità dell'animale uomo. Come il linguaggio complesso e la sepoltura dei morti. E a dirla onestamente, credo sia stata una tappa incredibile ed appassionante della nostra storia.
Ma altrettanto onestamente, sento sia una tappa da superare, o meglio da perfezionare.

Gli animali non hanno una consapevolezza di sé tale da permettere l'insorgere di pensieri e concetti paragonabili ai nostri. E come le pecore niciane credo si godano una sorta di felicità da totale tabula rasa.
Quando, pare tramite il nostro pollice opponibile, la nostra corteccia cerebrale ha compiuto il salto di qualità, davanti ai nostri occhi si è spalancato il tutto. Siamo stati inondati dalla multiforme vastità della natura e dai sentimenti più forti mai apparsi prima sulla Terra.
Io penso che di fronte a questo, essendo senza alcune armi razionali, non abbiamo potuto che rimanerne terrorizzati. Ed è a questo punto, per come la vedo io, che si è affacciato il bisogno assoluto di un Dio. Un Dio, come affermano gli antropologi, dall'aspetto particolarmente "eziologico".
Il primo livello di cui parlavo.

Scrive Mancuso che ancora è ben lungi dall'essere stata risolta la questione di come dal "nulla" si sia creato l'Universo e come dalle molecole inorganiche siano spuntate quelle a base proteica, origine prima della "vita".
Questo è vero. Ma rispondere con "è stato Dio", secondo me: primo non risponde al problema; secondo è davvero la via più semplice e primitiva; terzo con quali prove?

E' davvero importante ritenere che questo tutto sia stato originato da una volontà superiore e senziente? Cosa cambia effettivamente nelle nostre vite questa teoria?
E, sempre dal mio punto di vista, la "fede" in un creatore ha la stessa valenza ontologica della favola di Babbo Natale, o del mito di Prometeo. Sono senza dubbio belle storie, ma perché bisogna mascherarle con qualcos'altro?

Tutti i tentativi religiosi di strutturare il reale finiscono per semplificarlo talvolta a livelli imbarazzanti. Lo stesso Mancuso, citando Primo Levi, dice più o meno così: ma davvero possiamo credere in una Provvidenza Storica dopo Auschwitz?
E allo stesso modo: possiamo pensare ad una giustizia provvidenziale? Ad un piano divino imperscrutabile per i nostri destini?
Realmente avere fede in questo ci aiuta a vivere meglio?

Ogni volta che si propone quest'argomento l'interlocutore porta come "testimoni" affermazioni di Tizio e di Caio. Ma a me invece interesserebbe capire nella sostanza quali aspetti positivi arreca nelle nostre esistenze un Dio che ci solleva nel momento del bisogno.
Perché credere che quel conforto non derivi da un'entità sovranaturale (bensì da noi stessi o dagli amici) dovrebbe sminuire la forza e la concretezza di quell'aiuto?

Sui mali della religione non mi soffermerò in questa circostanza.
Invece concludo riferendomi agli ultimi due "livelli".
Nessun ateo può essere aspirituale. Come nessun credente. I confini stessi della scienza ci lasciano aperte voragini di senso e di drammaticità tali che è impossibile non restarne atterriti o addirittura pensare che non esistano.
Ed è su questo che io trovo oggi la maggiore colpa della religione. Essere completamente assente (o in alternativa ipocritcamente presente) sulle domande fondamentali della nostra tragedia dell'essere al mondo.
Esiste un Universo davanti a noi, parte insignificante di dimensioni siderali aldilà della nostra portata, in cui noi pulsiamo come la più fioca delle candele in estrema lontananza. 
Eppure non ne parliamo mai, o quasi, e lasciamo che invece le nostre miserie ci sommergano completamente. Allora, forse, si parla di Dio e di religione, ma atrofizziamo la spiritualità.
E, ancora forse, non dovremmo concentrarci su questo livello, piuttosto che sugli altri? Almeno una volta ogni tanto?

Potremmo anche scoprire, come ha fatto il buon Sagan, che dalla scienza più razionale e raziocinante giungono a noi delle domande di una tragicità senza confini, in grado di gettarci nella più totale disperazione come nella più esplosiva esaltazione.

Nella mia assoluta parzialità e meschinità, ritengo che la fede non possa più essere la guida della civiltà. Né Dio una risposta, una soluzione, un fine, un mezzo, o un grande imbonitore. Questo per me appartiene ad un tempo e ad uno spazio "primitivi". Oggi, nel terzo millennio, questa fede mi pare sempre di più simile non ad un oppiaceo, bensì ad un peso, ad un distrattore.
Il che non significa, per dirla con Faber, doverci trasformare in "cinghiali laureati in matematica". Tutt'altro. Né che si debba diventare superuomini.

Fermo restando che continuiamo e continueremo a vedere per specula (e quindi anche per speculazione), vorrei rivolgessimo i nostri occhi più su, molto più in alto di Dio.

lunedì 20 gennaio 2014

I miei grandi amori tra le stelle

Dunque, tutto cominciò quando ero molto piccolo.
La prima a colpire i miei occhi fanciulletti fu lei. Fantaghirò.


Non l'attrice in sé, proprio il personaggio. La principessa-tomboy, praticamente il mio ideale femminile.
Alcuni anni dopo invece fu la volta della tata più famosa della settima arte, cui scrissi persino una lettera in cui le dichiaravo il mio amore (ero preadolescente), ma non ha mai risposto.


Il trono di Mary Poppins fu spodestato attorno ai 15 anni quando feci conoscenza con la Divina. Dovrei pubblicare la foto anche della sua "omocognomina", ma sarei insincero. Audrey Hepburn è stata e sempre sarà per me l'attrice più meravigliosa che abbia visto sullo schermo (purtroppo mai grande). I suoi occhi, la sua dolcezza, la sua determinazione. Uno scricciolo toccato da una grazia e da una dignità infinite.
E per dimostrare il mio amore insormontabile, metto qui una foto che non è certo la sua migliore. Ma lo faccio a testimonianza di un sogno che partorii anni addietro: eravamo seduti a tavola, lei anziana. Io le dissi: "Audrey anche sessantenne io ti amo follemente".


Dopo Audrey tutte le altre si sono dovute accontentare di diventare favorite per periodi temporanei.
Ma alcune hanno resistito a lungo.
Una in particolare.


Dai tempi di "Léon", fu amore a prima vista (benché fosse dodicenne). Anche lei stile "audreyano", dotata di un enorme talento recitativo. L'ho seguita spesso e volentieri tra le sue produzioni, ma ultimamente l'ho persa di vista. Non mi entusiasmano più i personaggi che interpreta.

La prima e unica bionda della lista è l'ultimissima arrivata (e ha scalzato la pretendente, ossia Kate Winslet): Jennifer Lawrence. Meno affascinante di altre, ma di una bravura mostruosa. Mi ha rapito, tipo regina delle nevi.
Eccole entrambe.


















In  tutto ciò, da buon ellenista non mi sono fatto mancare anche gli amori omosessuali.
Due svettano, stravincendo per distacco.
Non hanno bisogno di presentazioni.
Il primo (a 15 anni, quando scoprii la mia passione per il Cinema).


E il secondo assai più recente. Entrato di diritto per straordinario talento.


Chiaramente il fatto che abbia dato voce e volto ad uno dei miei personaggi preferiti in assoluto, non è secondario.

Alla prossima!

p.s. non detengo i diritti di nessuna delle foto pubblicate.
p.p.s. pubblico questo post oggi perché ricorrono i 21 anni dalla morte della Divina.

mercoledì 8 gennaio 2014

Cosa ha fatto per me il Professore?


Il ragazzino nella foto è ritratto su un albero del lungomare di Cecina (Toscana), nella famosa (per chi c'è stato) pineta. E' il 1993: all'epoca aveva 11 anni. E c'è la prova provata che stesse leggendo l'Immortale nella versione Rusconi.
La foto me la fece mio padre ed è del tutto casuale che stessi leggendo il SDA in quei giorni. Alla prima lettura mi persi molte cose della trama. In compenso piansi quando Billy se ne partì. Ma fu certo che mi era piaciuto da morire.
Tolkien è stato uno dei "grandi maestri" della mia adolescenza.
Nel senso che mi ha educato nella vita. Non ci sono molti periodi nell'esistenza umana, secondo me, in cui un'opera d'arte possa effettivamente lasciare un'impronta così grande su di noi da costringerci a rivedere tutto, ripensando le priorità ed i valori. Di quegli anni, ad avere un'influenza appena paragonabile, posso rammentare "L'attimo fuggente", "Stairway to heaven", Indiana Jones, ed il viso di Audrey Hepburn. Ma Tolkien è stato indubbiamente il primo e il più longevo e il più profondo. All'epoca non sapevo nulla di lui, esistevano soltanto i suoi libri.

Non sono cristiano, né credente. Eppure, se avessi dovuto scegliere qualche divinità lassù, non avrei avuto dubbi a votarmi a Varda.
Lui cattolico apostolico, io un mangiapreti, ho scoperto in età più adulta la comune passione\adorazione per le lingue e la linguistica. [Nella prossima vita farò il filologo, promesso]. Ed è probabilmente questo il punto su cui siamo entrati in risonanza armonica.
Avendolo incontrato da bambino e poi da adolescente, non sono rimasto insensibile al fascino escapista del SDA. Chi non ha sognato di poter essere trasportato anche solo per qualche giorno nella Terra di Mezzo? O di poter vedere Luthien "alive"?
Il mio massimo erano gli elfi immortali, anche se - con gli anni - ho cominciato a capire perché Tolkien avesse chiamato "dono di Ilùvatar" la morte per gli Umani.
Ma, in soldoni, cosa ha fatto per me, il Professore?

Ha allargato la mia vita, di molte vite, di molti spazi, e di molti tempi. Sono da sempre stato innamorato delle narrazioni, ancor meglio se fantastiche. E lui mi ha offerto la storia migliore. Posso dire che qualcosa delle sue opere è senz'altro stato assorbito nel mio DNA, e sono davvero contento - dopo aver perduto il furor adolescenziale - che Tolkien avesse smontato il mito dell'eroe e della "bellezza" della guerra. Ha immesso un piccolo colore di nostalgia nella mia esistenza, perché vivo qui in un mondo più corrotto del suo. Ma mi ha anche fornito le motivazioni per non arrendermi (sono tra quei sognatori che ogni tanto invocano i personaggi amati nei libri o nei film per tirarsi su).
E soprattutto, ha nutrito come nessun altro autore la mia primaria passione, che è la scrittura. Chissà che un giorno possa considerarlo un "collega" senza dover sprofondare per la vergogna.

Ma anche se tutto ciò non dovesse accadere, poter leggere Tolkien è stata (e sarà) una gran bella ragione per essere contenti di stare al mondo (sia che si pensi ad una casualità, sia ad un volere superiore: non importa).

sabato 23 novembre 2013

Giubbotto pieno di metallo

Se la vita si riduce, per molti di noi, a questo (non necessariamente a fare il soldato in Vietnam):



Io dico, signore e signori, che questa vita va cambiata.
Perché non vogliamo capirlo? Cosa ci blocca? La pigrizia? L'ignoranza? L'indifferenza?
Tutte e tre?

Guarderanno indietro a noi, e diranno: "L'era preistorica".

mercoledì 13 novembre 2013

Beauty is in the eye of the beholder

Oggi sono andato a fare un esame all'Università. Avevo fatto lo scritto la scorsa settimana, ed ero convinto di essermela cavata alla grande. Tipico del mio stile, invece di raccontare gli esempi didattici descritti sul manuale ero andato a pescare in giro nella mia memoria esperimenti a mio modo di vedere più interessanti.
Seguendo il principio: scarta sempre le prime due idee che le avranno avute tutti.

Invece la valutazione dello scritto era piuttosto bassa e la professoressa altrettanto diffidente. Non è la prima volta che mi capita. Come mai sto studente ha messo esempi simili? Sarà che non ha studiato?
Infatti nella correzione del compito, mi ha chiesto le domande cui avevo già risposto giustamente. Come volesse accertarsi che non avessi sparato a caso e/o copiato.

Come sempre di fronte alla delusione e all'errata autovalutazione, è seguita la mia solita serie di improperi nei confronti del docente. Non mi ha capito. Ma sto pensiero divergente quando lo vogliamo valorizzare. Sì ho fatto degli errori ma non così penalizzanti come crede lei.

Ora, non ho 18 anni. So cosa significa "pensiero divergente". Credo di aver anche un po' di esperienza in materia di valutazione. Ma finisco sempre per cadere nello stesso errore che ha commesso la docente: pensare che se qualcuno non giudica come me allora necessariamente sbaglia.
La citazione dell'esperimento di Eratostene che io avrei premiato con una lode, evidentemente alla professoressa non significava nulla. O magari non le è piaciuta. O l'ha trovata fuori posto.

Ciò che ai miei occhi pareva eccezionale, ai suoi si svelava ordinario, o non interessante.
Non è facile quindi trovare tale equilibrio. Spero di diventare un docente meno arrogante e presuntuoso di quanto non sia adesso. Ed accogliente verso le posizioni diverse dalle mie.

Ovviamente continuerò a sentirmi defraudato di almeno 3 punti, nonostante mi stia voltairizzando. E smadonnerò con la prof perché non ha compreso la mia grandezza.
La razionalità va bene, ma i mostri interiori non si possono mica trasformare a piacere.

lunedì 11 novembre 2013

A cosa servono i nemici

Non ricordo chi disse: "I nemici servono per conoscere la verità".
In effetti è vero. Gli amici, i cari affetti la verità tendono quasi sempre a velarla, a modificarla, ad adattarla ad usum Delphini. In fondo ci danno sempre ragione. La partner ci ha lasciati? E' stata senz'altro una stronza. Abbiamo lasciato la macchina in seconda fila e ci hanno fatto la multa?
Beh caspita, era un'emergenza: che disumanità.

Uno dei momenti più tremendi dove tale atteggiamento si incarnava era la consegna dei Diplomi alla scuola di Cinema. Venivano proiettati i saggi finali, ossia dei cortometraggi.
E lì la mistificazione era d'obbligo non perché ci fossero degli amici, ma per cortesia sociale. E per evitare che un trattamento differente ci fosse posto a noi.
Il 90% di quei corti faceva obbiettivamente schifo. Che se lo mettevi nello showreel ti avrebbero inviato a pulire i bagni in una sala cinematografica.
Ma a sentire i nostri commenti, pareva la notte degli Oscar.
Complimenti, bravi davvero!
Mi è piaciuto molto!

Quando proprio t'aveva riaperto l'ulcera potevi uscirtene con: Congratulazioni per il corto.

Questo fatto dell'incapacità di fare critiche, e oserei dire anche dell'impossibilità dovuta alle convenzioni sociali, è una iattura.
Perché chiaramente non si riesce mai a progredire. Ad avere reale soddisfazione. Se una volta filmi un capolavoro, si perde in tutti i soliti ossequi di sempre.
Sappiamo tutti, per esperienza, che la verità e l'uomo sono due esseri asintotici. Ma dovremmo trovare dei compromessi migliori.
Anche perché, chi si trovi per sbaglio a rompere lo schema, passa per quello che se la tira. L'arrogante. Il presuntuoso.

Coltiviamo, dunque, almeno un paio di nemici intelligenti. Sono un tesoro inestimabile.

giovedì 17 ottobre 2013

Nuove semantiche

Mitocondriaco: persona affeta da megalomania, o - in alternativa - che vede Ercoli e Pegasi ovunque.

sabato 21 settembre 2013

Il cielo stellato sopra di me

Una delle più significative fotografie scattate nel secolo scorso si intitola "Pale blue dot".
Eccola qui, presa da Wikipedia.




L'ha scattata la sonda Voyager I nel 1990, a circa 6 miliardi di kilometri dal nostro pianeta. E quello che vedete è proprio la Terra, the Third from the sun. Fu pubblicata da uno dei miei divulgatori nonché pensatori più apprezzati: Carl Sagan (autore, tra le altre cose, di "Contact", un notevole romanzo di fantascienza).
Amare la fantascienza, amarla follemente, produce certi effetti collaterali.

Guardate questa foto con attenzione. E' la nostra madre Terra. Il luogo che il Dio di molti credenti avrebbe scelto per inviare suo figlio. Vista da così lontano assume tutta la sua pregnanza: è un misero punticino nell'Universo.
Da questa prospettiva non si vedono i continenti, non si vedono frontiere.
Da questa prospettiva sembrerebbe alquanto stupido credere che su quel misero punticino ci si stia scannando per dei pozzi petroliferi. 
Sembrerebbe alquanto stupido immaginare un qualunque omicidio, una qualunque scaramuccia, figuriamoci una guerra. Perché il nostro viaggiatore ipotetico saprebbe che la vita, nell'Universo, è un fenomeno estremamente raro e prezioso.
Figuriamoci un esempio di vita "intelligente".

Diventa difficile anche dissertare su questioni fondamentali per noi: ovvero la scelta del sistema politico-economico, la lotta di classe, la società basata su un sistema di poteri.
Diventa difficile comprendere il bisogno di una delle specie che abitano questo pianeta, un bisogno ossessivo, di arricchirsi.

Certo, non possiamo guardare la Terra solo da questa distanza siderale.
Ci vuole anche un teleobbiettivo. Puntato dentro di noi. Altrimenti corriamo il rischio di fantasticare, di credere alla favola della società "ideale", senza guerre e senza denaro. Perché questa foto ci rimanda anche un'amarissima verità.
Siamo soli e nessuno ascolterà mai il nostro grido di dolore. Quando ci estingueremo, sarà nell'assoluto silenzio. 

Ed ecco che la questione Terra si fa di fondamentale importanza. Sappiamo che la nostra vita si gioca qui e ora. In una crisi economica, nel problema di pagare le tasse, di curare i propri affetti, di tentare di realizzare i propri sogni.

Però forse questa foto, invece che deprimerci sulla solitudine maestosa che ci circonda e ci attende, dovrebbe spingerci a puntare oltre con una marcia in più. Qualcuno disse che degli ideali della Rivoluzione Francese, l'unico ancora completamente ignorato è quello della fratellanza. Ecco, facciamo qualcosa in nome della fratellanza tra gli uomini.
Cerchiamo di abbattere le barriere ideologiche. Invece di attaccarci con una tenacia impressionante agli ideali di qualcun altro. Questa necessità totale di palleggiare con il conflitto.

Siamo circondati dal conflitto, e so che è giusto anzi necessario reagire di fronte alle ingiustizie ed ai soprusi. Perché, purtroppo, quella società ideale è ben lungi dall'essere anche solo stata ipotizzata.
Ma cazzo c'è una sola esistenza davanti a noi, perché non possiamo godercela cercando unicamente di migliorare noi stessi? Di leggere, di ascoltare buona musica, di vedere film, di farsi due sane chiacchiere con un amico?
Cos'altro ci serve?

Io finirò nel pozzo come Talete. Ma evitiamo di cadere nel baratro a tutta birra.

giovedì 19 settembre 2013

Carissimo Pinocchio

Buon Settembre, il mese degli inizi - come diceva la mia maestra di yoga.
Sono stato latitante, anche se più volte avrei voluto buttar giù qualcosa sul blog, anche solo per tenerlo un po' vivo.
Di argomenti, in effetti, ce ne sarebbero molti. Difficile scegliere.
Ma oggi pomeriggio, vorrei andare incontro al mio lato più intimistico e scrivere di alcuni pensieri ricorrenti in queste settimane. Dovuti ad eventi autobiografici che qui non è il caso di riportare.


Ci avviciniamo alla vecchiaia, alla decadenza ed alla morte, tramite i nostri familiari. I nonni, solitamente, sono i primi a lasciarci. Quindi, seguono i genitori. Ma i nonni sono sempre stati "anziani" ai nostri occhi.
Per fortuna, invece, i genitori li conosciamo e li incontriamo quando si trovano ancora nella pienezza della vita. Ed è così possibile per noi, passo dopo passo, accompagnare il loro invecchiamento.

O, almeno, questa sarebbe la teoria.
In pratica, i nostri genitori vivono nelle nostre menti avvolti in una sorta di aura di immortalità, di eternità, di intangibilità.
Finché non accade qualcosa che cala giù la maschera. Può essere una malattia, l'arrivo della pensione, l'incapacità di eseguire un'azione prima svolta sempre con tranquillità.
A questo punto, diventa difficile lasciare in vita quell'illusione di "immutabilità" dei nostri genitori. 

E arrivi a comprendere che non potranno attenderti ancora a lungo. Questo è un pensiero triste per due motivi: il primo che riguarda i genitori, il secondo che riguarda noi. Il confine della nostra mortalità lambisce il padre e la madre, ma come per la Silvia leopardiana, inizia a mostrare la mano anche a noi. Di lontano, certo, ma quella mano fa capolino per non sparire mai più.

Sono stato fortunato nella vita ad avere una buona famiglia: so che non è un evento tanto comune. Non posso dire sia stata unica ed infallibile. Ma ci siamo voluti bene con sincerità, di un affetto vero.
E adesso guardare i miei vecchi ormai indirizzati nell'ultimo tratto delle loro esistenze mi fa un certo effetto. 
Certo la speranza e l'ottimismo umani, assieme alla nostra incredibile capacità di adattamento alla disperazione, mitigano e mitigheranno questo dolore - più fastidioso che lancinante. In fondo è il ciclo della vita. 
Epperò immaginarmi ora un domani, o un dopodomani, da "orfano" non è per niente semplice. 

Nanni Moretti l'ha detto molto meglio di me, in una bellissima scena tratta da "Palombella Rossa".
Le merendine di quand'ero bambino 
Ecco, quel desiderio di gridare, l'ho sentito anche io, forte. 


p.s. Non c'entra nulla, ma ho realizzato solo adesso che quando Moretti fece "Bianca" aveva la mia età.